L’articolo che state per leggere è stato pubblicato nel mese di ottobre 2018 su un opuscolo intitolato “Vajont: per non dimenticare”. Tale opuscolo è stato realizzato in occasione di una rappresentazione teatrale del famoso “Racconto del Vajont” di Marco Paolini. La rappresentazione ha avuto luogo a San Giovanni Lupatoto (Vr). Francesco Corcioni ed Enrico Frigo sono gli attori che hanno ridato vita a quel famoso monologo di Paolini. A noi è spettato il compito di realizzare un articolo che riassumesse l’intera complessa vicenda, in modo da fornire allo spettatore le informazioni essenziali.

Gentile lettore,
quella del Vajont è una lunga storia. Dopo varie idee – avanzate nei primi anni del ‘900 – di sfruttamento delle acque del torrente Vajont è solo nel 1929 che la Società Idroelettrica Veneta popone, alle autorità competenti, la costruzione di una diga ad arco alta 130 metri, con una capacità di invaso di 33.000.000 m³ di acqua. Soltanto otto anni più tardi, grazie all’incorporamento della sopra citata società idroelettrica nella SADE che il progetto prende realmente corpo, con la presentazione di un progetto esecutivo che modifica il precedente, ampliando la capacità della diga.

Dodici giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia (avvenuta il 10 giugno 1940) la SADE presenta una domanda organica per la costruzione di una serie di dighe – tra loro interconnesse – per lo sfruttamento dei torrenti Boite e Vajont e del fiume Piave. Il 15 ottobre 1943, nonostante il Paese sia allo sbando, la IV sezione della Commissione Lavori Pubblici approva l’intera opera. Alla fine del conflitto si procede agli espropri dei terreni nei comuni di Erto e Casso e la società idroelettrica inizia a pensare più volte di aumentare l’altezza della diga al fine di aumentarne la capacità.

Nel 1956 iniziano i lavori per la realizzazione del cantiere che dovrà sorgere. Nel corso dei lavori preparatori di scavo ci si accorge che la roccia non è compatta come i geologi pensavano, ma si dimostra essere friabile e per la costruzione delle spalle della diga ci si rende conto che serve molto più cemento del previsto. Ma nessuno sembra tenere conto di questi segnali. L’anno successivo, benché ancora priva di tutte le autorizzazioni necessarie, la SADE avvia definitivamente il cantiere per la costruzione della diga. Le autorizzazioni arriveranno solo qualche mese più tardi.

Il 22 marzo 1959 non è una domenica qualsiasi: è il giorno di Pasqua e una frana di 3.000 m³ di roccia e alberi si stacca e precipita all’interno del bacino della diga di Pontesei, poco distante da quella del Vajont. È un’anticipazione di quel che accadrà nel 1963. Muore un dipendente della SADE.

Il 20 settembre 1959, dopo due anni di lavori, la diga del Vajont è ultimata. L’altezza definitiva del manufatto è di 261,60 metri, con una capacità di invaso di 168.000.000 di m³ (di cui 150.000.000 m³ utili).

Il 2 febbraio 1960 inizia la fase di sperimentazione dell’invaso del bacino. Già da tempo i geologi, consultati dall’azienda idroelettrica, sanno dell’esistenza di una frana preistorica presente nel costone di roccia del Toc, ma si ritiene che sia superficiale e di lieve entità. Solo un anno più tardi si capirà che la frana è stimata in 200 milioni di m³. Tra il mese di marzo e aprile gli abitanti della zona avvertono alcune scosse telluriche, forse sono da mettere in relazione con gli invasi della diga che continueranno fino a pochi mesi prima della tragedia.

Il 12 dicembre 1962 nasce l’ENEL e il 27 luglio 1963 la diga passa dalla SADE all’ENEL.

Il 9 ottobre alle 22:39 ha inizio la catastrofe: una massa di 260.000.000 di m³ di terra, rocce e alberi si muove passando in pochi istanti da un lento ma costante movimento a 100 Km l’ora, innescando un’onda alta circa 300 metri che poi si divide: una parte si dirige verso le frazioni di Erto, l’altra supera il coronamento della diga di 200 m e vola giù verso l’abitato di Longarone, radendolo al suolo e provocando – secondo i dati processuali – 1.910 morti. Nel 1964 a Belluno inizia il processo, ma subito gli avvocati della SADE chiedono lo spostamento del processo in un’altra sede per legittima suspicione. La richiesta viene accettata e la nuova sede scelta è L’Aquila. La fase processuale dura due anni, dispensando pene più o meno pesanti a coloro i quali erano responsabili, a vario livello, del progetto. Successivamente verranno aperti altri processi che dureranno sino alla fine degli anni ’90.

Nel corso degli anni la signora Micaela Coletti, Presidente del Comitato per i Sopravvissuti del Vajont, mi ha più volte ribadito il fatto che secondo alcuni dati e testimonianze da lei raccolti, ritiene che sia ragionevole pensare che i morti siano compresi tra i 2.200 e i 2.300.

Testo e immagini di Michele Tonin per progetto I.L.I.E.

Per quanto riguarda le fonti che abbiamo utilizzato per scrivere il presente articolo, vi rimandiamo a un prossimo articolo, nel quale troverete tutti i testi che abbiamo consultato.